Quasi una storia

Immagina di aprire una scatola e trovarci dentro un tot di tessere, tutte sparpagliate, per ricostruire l’immagine del coperchio. Ecco, è quello che troverai qui di seguito con la sola differenza che al posto dell’immagine potrai, volendo, ricostruire:

Una storia scritta a matita

[…] La matita è ridotta ormai un mozzicone difficile da tenere tra le dita. Potrei usarne un’altra – ne ho una caterva – ma non voglio continuare. Sono stanca di questa mia storia.
Penso sia arrivato il momento di provare a scriverne un’altra – a quattro mani – con una trama fresca e pura come l’aria nevosa d’alta montagna frammista al calore di sabbia agostana, e rumorosa come il gran finale di una festa di paese. Non mi illudo che a questo mondo esista un folle desideroso di farlo davvero, ma chi può dirlo? In fondo, un coautore… capita
.

[…] se mi ti ha portato il vento dell’est, portatore di quella pioggia buona che nutre le terre inaridite da troppo tempo. Inaridite come me che non ricordo più come ci si perde  nella luce di uno sguardo sincero, il brivido di due mani che si sfiorano, il profumo di un abbraccio, il sapore di due labbra che si uniscono.
Ma ci osserviamo a distanza e non riesco a vederti, ascoltarti, capire. Allora sempre più spesso mi convinco che il vento non c’entri nulla e che tu sia solo una di quelle nuvole passeggere dispettose che portano via il sole per qualche attimo, una mia illusione, un desiderio riportato alla mente dal tuo nome che mi piace pronunciare un po’ storto, e non solo perché è uguale al suo. Eppure […]

[…] che i ricordi sbiadiscano col passare del tempo. Quanto tempo? mi son sempre chiesta. Son passati anni eppure quelle mani sconosciute, senza volto, pesanti, prepotenti che mi frugano con avidità, ritornano vivide in piena notte. E con l’incubo ritorna la girandola delle sensazioni: dolore fisico, ribrezzo, umiliazione, impotenza, vergogna. Vergogna. Vergogna profonda provata allora e rimasta in sottofondo. Vergogna che mi ha imposto il silenzio su questa storia anche se l’intero paese ha saputo. Vergogna derivata dall’esagerato senso di riservatezza (tendo a vivere le cose importanti senza far chiasso), del pudore  (tanto che al mare indosso solo costumi interi perché il mio ombelico è solo per un uomo) e di fedeltà e l’atto di quella sera – per quanto non l’abbia voluto – ai miei occhi è stato un orribile tradimento fatto all’uomo che amavo. Come non vergognarmi?  
[…] ci ho provato. Sì. Non ne vado fiera, ma ai tempi ci ho provato. Peccato che, due giorni dopo, mi abbiano riacciuffata per i capelli. Mi sarei risparmiata un bel po’ di tribolazioni se mi avessero lasciata andare. In ogni caso, oggi non lo rifarei. Per quanto da queste pagine potrebbe apparire, sono tutt’altro che una beghina psicopatica musona. Ho i miei momenti di sconforto, come tutti, ma nei miei occhi c’è il sorriso, nella mente la volontà di difenderlo. […]

[…] ma non ho mai rubato, men che meno tentato di rubare, l’uomo a nessuna foss’anche solo all’inizio di una storia, né lo farò mai in seguito: la mia serenità (ammesso che perduri) non vale l’infelicità certa di altre persone. Ne son convinta. Considero questo mio atteggiamento un segno di forza anche se mia madre, e sicuramente molti altri, lo chiama debolezza.

Mia madre: la donna meno chioccia che conosca. Forse è per via della professione che le impone risolutezza o perché son atterrata su questo mondo nel momento sbagliato, non so. Certo, discutere la tesi di laurea con me che da un momento all’altro avrei potuto scalciare per uscire dal pancione, non deve essere stato facile per lei. Però io cosa c’entro? In ogni caso, la mia presenza non le ha impedito di continuare gli studi e di rincorrere la carriera fino ad arrivare a ricoprire la carica che ha sempre voluto. La ammiro per questa sua volontà di raggiungere il sogno ad ogni prezzo. Di contro lei non perde occasione per rinfacciarmi di aver abbandonato il mio.

Mi sembra superfluo dire che son figlia unica. La figlia unica meno viziata della faccia della terra. Quella che ha imparato a giocare in silenzio perché mamma ha fatto il turno di notte o sta studiando, non far frigne, non chiedere, non piangere nemmeno per il dolore del polpaccio, malamente sfregato sull’asfalto, causato da una brutta caduta dalla bici, e via impedendo fino all’adolescenza. Temo volesse istradarmi sulla via della santità. Missione in parte sabotata da Zianto: la donna che definire fantastica è […]

[…] è ancora colpa mia: per oltre dieci anni ho creduto in lui, nelle sue parole, nelle attenzioni che mi rivolgeva; nell’alba che ad ogni fuga romantica ci sorprendeva a ridere dentro un abbraccio; nei piani di una nostra vita a tre e, perché no, quattro; in tutta la semplicità, complicità, sincerità del nostro amore. Ma era innamorato di me? Com’è possibile che io ho rinunciato al mio sogno per stargli vicino e lui non riesce a rinunciare alle “esigenze”, non riesce ad aspettarmi? Ma allora cos’è l’amore? Esiste? 
Tutte queste domande  unite alle altre e altre ancora, la mia testa ha continuato a ripetersele fino a diventare poltiglia… e io con lei.  
È colpa mia se ho perso tutto.  Da quella maledetta sera, per mesi e mesi e mesi, non ho messo il naso fuori dalla finestra né dalla porta della mia stanza. L’ho detto: solo io, i libri, qualche nocciola  e il silenzio a tratti interrotto dalla musica di Mozart, Bach e pochi altri.
È colpa mia: la solitudine che mi tiene per mano da anni, ormai. Per paura di affezionarmi o, peggio, molto peggio, innamorarmi, mi vieto ogni genere di contatto diretto con estranei (probabili amori, amici amiche). Ne soffro maledettamente? sì, maledetta mente, sì.  Specie da quando sono tornata a non essere più un automa ma una persona con la voglia di vivere, stupirsi, lavorare, dare e ricevere gioia: io. E però, a parte i nuovi colleghi di lavoro che, seppur tenuti a distanza, mi sono affezionati e i quattro amici che ho, finisco sempre col far andare via tutti.

Perché […]

[…] Ivana, spigolosa tanto di fisico quanto di carattere. Ci siamo incontrate in palestra. Frequentavamo il corso di difesa personale.  Lei era la più agguerrita. Le si leggeva in viso l’odio ad ogni mossa. Si placava solo negli spogliatoi. In silenzio si cambiava e senza dir parola e andava via.
Una sera, davanti al portone della palestra, mi chiese se avessi l’auto e la potessi accompagnare a casa. – Certo – risposi. Lei accese una sigaretta e mi sorrise. Da allora sono la sua cassaforte per le confidenze, gli sfoghi nonché la sua dispensatrice di allegria e consigli. Giusto io che di consigli ne avrei bisogno un quintale e passa.
A parte uno scontro con lo sconosciuto di turno io e Ivana non abbiamo una virgola in comune. Forse per questo lei è l’unica ad aver capito che per fidarmi di qualcuno devo prima conoscere con chi ho a che fare, ascoltarlo parlare a ruota libera, farmi un’idea;  che per avermi in pugno deve spalancare le braccia e lasciarle lì pronte a ‘raccogliermi’. Così lei ha fatto condendo il tutto con simpatia, risate, fiducia e facendomi sentire vicina.
Lei è tosta. Lei ce l’ha fatta a superare il trauma. Ha un compagno e una coppia di amici: Stefano e Ludovica che hanno un bimbo e mezzo: quello intero l’hanno chiamato Davide, l’altro ancora non sanno.  
Da qualche anno, ormai, usciamo (quando usciamo) in cinque (e mezzo, se c’è anche Davide). A volte si aggrega un qualche “amico satellite”, come li chiamo io, che incontriamo al pub tra un panino, una birra e rock live o alle serate di jazz. Sono serate dove spensieratezza e allegria dominano, solo che certe volte ho la sensazione ci sia sotto un complotto tra loro e l’amico satellite. Ma io non mollo più: l’amore non esiste e se esiste non si trova né si cerca: l’amore capita. Sì, ne son convinta al punto che […]

[…] D’amore non si muore (né si vive), ne son convinta. Ma nella vita ci sono anche vergogna e delusione e di questi sì che si può morire. O, quantomeno, ci si prova, e io […]

[…] e allora, imputata di non aver commesso fatti, confesso:
è colpa mia: non dovevo fare così tardi in ufficio per quella gara.
È colpa mia: dovevo chiamare un taxi invece di scendere nel parcheggio isolato e ormai deserto.
È colpa mia: non l’ho sentito arrivare. Me lo sono ritrovato addosso senza capire da dove fosse sbucato. Che volto abbia non so.
È colpa mia: non ho lottato abbastanza.
È colpa mia: avrei dovuto parare il colpo, invece di abbattermi, annullarmi, spegnermi.
È colpa mia: non dovevo rifiutare l’aiuto di un professionista per uscirmene. All’inconscio non bastano nocciole, libri, silenzio e la mia caparbieria per tacere.
È colpa mia se lui, il mio amore, se n’è andato: «Sono un uomo, ho delle esigenze» mi ha detto ed io non ho reagito. D’altronde a che sarebbe servito? Un capitano non abbandona la sua nave nel momento del bisogno, ma un uomo ha “esigenze” e abbandona la sua donna fregandosene se è nel momento del bisogno. Se un uomo ha delle esigenze le soddisfa senza guardare in faccia a nessuno. Così ha fatto anche lo sconosciuto. Così fan tutti? Cosa vedono in me gli altri? solo un corpo senza mente né anima? Così non avrei fatto io. […]

[…] di mezzanotte.
– Per il diploma, ti regalo un viaggio. Dove andiamo?
– Ma ci devo pensare adesso che mancano sette mesi?
– Sì. Dai spara
– Austria
– Bene! e al ritorno, vieni a lavorare da me.
– Ma anche no… io desidero andare all’università… Filosofia o Lettere ancora non so, però…
– E passare a Milano tutta la settimana in mezzo ai tuoi coetanei ventenni?  Lo sai che non lo sopporterei, vero?  Se è un laurea che vuoi, te la compro e te la infiocchetto per il prossimo Natale.
– Non ti azzardare nemmeno a pensarlo! Non desidero un titolo, desidero imparare, cono…
– Quello che vuoi imparare tu si trova sui testi… il mio lavoro no. La vita no. Ho grandi progetti per te… per noi. Ti voglio al mio fianco giorno e notte, Cherie. Non dirmi di no…
Il suo tono non era né perentorio né supplichevole, era come i suoi occhi e il suo sorriso: aggraziato, tenero. E io ero una ragazza di diciotto anni,  stupida sognatrice, che si trovava a dover scegliere: lui (l’amore) o se stessa (l’università).  Risposi che avrei pensato sulla sua proposta di lavoro, ma che per la convivenza era davvero troppo presto.  
– Giusto. Sei ancora giovane tu. Mi accontento dei fine settimana a zonzo che ci ritaglieremo, ma alle giornate insieme pensaci seriamente. Mi fido di te.
Al rientro dall’Austria […]

[…] lentamente, a piccoli passi, ho rimparato
a far entrare il giorno nella stanza; a pedalare per le vie del paese e sorridere alla sferzata d’aria fresca sul viso; a camminare a testa alta guardando la gente dritto negli occhi.
Ho rimparato
il cibo, assaporandolo ancor prima dello sprigionarsi degli aromi sopra la fiamma; a pucciare il dito nella pastella della torta e ridere per la marachella come fossi una bambina; a sentire vivo l’impasto della focaccia che cresce liscio e morbido tra le mie mani; ad abbinare spezie orientali,  rispolverare gusti tradizionali e scoprirne di nuovi.
Ho rimparato
a gioire delle giornate di sole come quelle di pioggia o nebbia; a guardare un tramonto anche se è la complice alba a regalarmi emozioni sempre nuove; ad amare le luci del Natale, l’estate con le sue giornate interminabili, i profumi della primavera e gli alberi ruggini dell’autunno.
Ho rimparato
a guardami allo specchio di tanto in tanto e persino a piacermi un po’; a cantare a squarciagola torturando le corde della dimenticata chitarra; a viaggiare, ma non con la fantasia.
Ho imparato
a sfumare le ombre con tinte pastello ma non ancora a vincere quel fantasma che, a mo’ di monito, torna sempre, di notte,  quando è grande il mio desiderio di vivere il presente. […]

[…] Credo di essermi innamorata prima del suo nome: due dolci sillabe uguali che a pronunciarle le labbra si atteggiano a guisa di bacio, e delle sue mani curate, gentili, né grandi né piccine, protettive; poi della sua cultura sconfinata, del suo sorriso aperto, della sua sicurezza e di quel suo vezzo di uscire da casa sempre con un libro in mano […]

[…] Era giovedì 23 aprile, indimenticabile, quando lo vidi al cancello del liceo. Mi chiedevo cosa ci facesse lì uno della sua età, chi fosse venuto a prendere. Presto capii: aspettava me.  
– Ciao. Posso accompagnarti a casa?
Stranita, emozionata balbettai un Sì. Salita in auto, per tutto il tempo del viaggio mi limitai ad annuire alle sue reminiscenze scolastiche.
– Ti accompagno io domattina così eviti di prendere il bus.
– Non fa nulla. Entro alla seconda ora, domani.
– Meglio ancora! […]

[…] Chi sei tu che porti il suo stesso dolce nome?
Sono forse uguali ai suoi i tuoi occhi, le tue labbra?
E il colore della tua voce? dimmi qual è?
Non startene lì nascosto nel buio ad incantarmi con le stesse favolose sue frasi lusinghiere.
Abbassa tutte le maschere, vienimi incontro, sotto la luce in modo che ti possa vedere, e raccontami  di te: qual è il quarto gusto di gelato che preferisci, il film che meno ti è piaciuto, l’incubo che ancora ricordi e il sogno che non dimentichi, il genere di pittura che proprio non metteresti mai nella tua casa…
E ancora, dimmi di te bambino: la cosa che non mangiavi volentieri, i giochi che preferivi, chi ti accompagnava a scuola, che profumo aveva il tuo zaino…
Aggiungi pure tutto quello che vuoi, a ruota libera, ma stammi vicino senza smettere di raccontarti. Io ti ascolterò e finalmente saprò… […]

[…] se solo fossi uscita in orario dall’ufficio, quella sera di anni fa, oggi sarebbe tutto diverso. Io sarei diversa o, meglio, sarei la stessa di un tempo.
Ma io no. Io, testarda e stakanovista come sono, dovevo portarla a termine quella gara. Vincerla sarebbe stato il nostro fiore all’occhiello. Non sarebbe stato facile battere i concorrenti, sapevo che avevano fatto cartello, ma avevo giurato a me stessa che ci sarei riuscita. Avevo lavorato da sola, sodo e a lungo scendendo persino a patti con la Direzione pur di ottenere l’impossibile.
Ora stava tutto a me.Controllare. Verificare. Una due dieci volte. Il minimo errore, il più piccino insignificante segno fuori posto avrebbe invalidato l’offerta e io non me lo sarei perdonata mai. Mai […]

Non so quanto tu possa aver ricostruito con queste tessere tutte sparpagliate,
di certo pochetto visto che ne mancano un tot.
Sì, lo so , son dispettosa, e ora lo sai pure tu
😛
Però l’intera storia è esistita ed esiste 😉

13 pensieri riguardo “Quasi una storia

  1. Err… sì, io!
    Alcune tessere le avevo già incastrate, altre mancavano. Ritornerò per le prossime, quando ce ne saranno.

    (Ti avviso, così non ne sarai sorpresa 😄)

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    1. (Eh, ma non dici mai nulla!) 😄

      Non ricordo come mi ci sono imbattuto, forse ficcanasando qua e là. Anzi, per certo è andata così 😂
      Prometto che starò attento a non sparpagliare troppo le tessere.

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    2. 😆 ‘ficcanasando’ mi piace un botto.
      chissà cosa cercavi… ma non importa saperlo 😊

      per un attimo, ho pensato fossi passato altre volte prima. Ma figurati se ne azzecco una 🤦‍♀️

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    3. Qualche volta sì, sono tornato (tana per J, mi hai beccato 🙄) in cerca di novità. O antichità, dipende dal punto di vista 😅

      Ho voluto centellinare le righe, mi sarebbe dispiaciuto bruciarmi tutto in una volta. E poi ho la scusa di tornare a vedere se è spuntato qualche nuovo funghetto sotto la quercia, così ne approfitto per dare una ripassata 😉

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    4. mi son imbarcata in questa cosa più grande di me e pure così diversa (nel ritmo) da quello che posto nella home, e desidero portarla a termine… se riesco.
      Sto riguardando e mettendo a punto l’intera storia in un unico scritto (va beh, scribacchiato, dai, è più giusto). Non so ancora cosa ne farò 😏
      Di certo non desidero ‘pubblicizzarlo’. 😉

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    5. E pubblicità non sia!
      Ho avuto l’impressione che qui tu abbia usato la consueta mano leggera, lasciando però una linea più marcata del solito.
      Qualsiasi cosa ne farai avrà il tuo dna, direi che questo potrebbe bastare.

      Piace a 1 persona

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