La scatola

Suonano alla porta. Chi può essere a quell’ora della mattina?
Posata la tazza del caffè, la donna va ad aprire. Si stranisce nel vedere un fattorino in divisa bianca impeccabile che la saluta sorridendo porgendole un pacco non molto grande e una ricevuta da firmare. Legge attentamente il nome del destinatario: è proprio il suo. Il nome del mittente non è compilato.

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– Zia, m’annoio… mi racconti una storia?


– Passami il nostro librone che te ne leggo una.
– No, inventala te
Bien. Allora siediti qui vicino a me e ascolta.
Molte lune prima che tu nascessi, un’astronave proveniente da un’altra galassia atterrò a luci spente sul nostro pianeta. Ne  rotolò fuori un esserino bianco tutto tondo con una miriade di appiccicose ventose rosse urticanti: erano antenne ricetrasmittenti.

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Il Vecchio con il nome del santo

Se ne sta lì acquattato in un pianoro piccino e assolato. Immobile, lo sguardo puntato a nord-est, ammira i colori cangianti dell’amico mare, ne osserva l’incerto incedere, ne ascolta il richiamo talvolta burbero spesso suadente. Per agguantarlo lo si deve sorprendere alle spalle, percorrendo l’unica lunga strada che si snoda tra alte rocce arse che, come amorevoli braccia, nascondono e proteggono l’integrità di questo Vecchio dalla straordinaria vitalità.

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Giorgio

– Noo! – sorrise… e le baciò le ciglia umide di gioia .

Salvato il file, si stiracchiò.  Era esausto ma soddisfatto di essere arrivato alla fine. La correzione della bozza l’aveva assorbito per giorni. Non era stato facile, questa volta Cecilia aveva davvero esagerato nel raccontare la storia di Elisabetta Roman: trecentotrentaseimilaquattrocentododici battute Word di un intreccio tra passato, presente e futuro da cui l’autrice ne era venuta fuori mirabilmente come sempre. Ma, come sempre, la foga nello scrivere le aveva giocato brutti scherzi facendole fare una caterva di omissioni, errori e fastidiose ripetizioni.

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