Dichiarazione… di “guerra”

Bene ragazzo (va beh, si fa per dire), già che hai avuto l’ardire di farti avanti, ti avviso che sono davvero stufa marcia di accogliervi sempre tutti con l’inguaribile sorriso sincero, la predisposizione alla scoperta, nonché l’enorme  speranza  che con “te sarà la svolta buona”, per poi prend doverne pagare lo scotto, sicché stavolta si fa a modo mio. Prendere o lasciare.

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Non tutte le storie iniziano con un: C’era una volta. Quella che stai per leggere inizia con un: C’è

C’è un popolo di minuscoli esseri che, da quando esiste il mondo, abita il Paese di Fairyland – il sottobosco di ogni area boschiva presente sul nostro globo. Benché  tra gli studiosi – da Burcardo di Worms (a.d. 1000) allo storico francese del settecento Pierre Jean-Baptiste Legrant d’Aussy, passando per Gustav Tilbury (1214);  da Jacob Grimm (sì, uno di quei fratelli) a William Butler Yeats (già, proprio lui lui), e molti, moltissimissimi, altri fino ad arrivare a Darwin – nessuno abbia certezze inconfutabili sulla discendenza, tutti contribuiscono nell’affermarne la credulità dell’esistenza.  È un popolo eterogeneo per lo più suddiviso in comunità: brownie, coboldi, silfidi, ninfe, leprecani, troll, gringott, fate, gnomi, folletti e via elencando.  Ogni comunità ha la propria missione che difende con onore maniacale.

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Non saprei dire da quanto abbia sviluppato una crescente idiosincrasia

nei confronti degli aforismi. Dovessi dar retta a tutte queste menti che eruttano sentenze generalizzate su questo o quell’argomento, perderei anche quel ricciolo di cervello contorto che mi è rimasto.
No, signori, grazie tante ma mi piace sbagliare da me.

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