Mattìa

Se solo sapessi scrivere come fanno quelli bravi (come fai te) saprei da che parte incominciare e potrei esporre concetti ed emozioni, sequenze e conclusioni ed allora, sicuramente, potresti comprendere e, magari, chissà, anche convincerti di quello che dico.
Invece, sono un appassionato bisticcio di parole con le gambe e, per di più, non riesco a prendermi sul serio, sicché dei miei omini di sassi 1 te ne racconto a modo mio.

Ma questa volta provo a parlarne senza farne una farsa.

Per una pura coincidenza, l’altro ieri, ho ascoltato le ultimissime battute di un’intervista che la Bignardi ha concluso con un “Paolo Milone non smetta di scrivere”. E a me è preso uno sbabam. Accosto in divieto di sosta, accendo le quattro frecce d’emergenza e, sallo smartphone, mi tuffo nel web. Ne riemergo con l’e-book di Milone scaricato.
A sera inizio a leggerlo e ventiquattr’ore dopo l’ho finito.

Tratta un argomento che da qualche anno mi affascina (“a te affascinano pure le braghe di mia nonna” direbbe Mon Ami che sa): la mattìa in ogni sua forma più o meno curabile.
Su questo tema ho letto dai romanzi Tobino ai racconti di Yalom, passando per il reportage di Cristicchi su i manicomi dismessi, approdando a diversi altri autori più o meno noti.
Il libro di Milone non è niente di tutto questo. È una narrazione particolare, composta da frammenti in disordine cronologico (🙄 mi ricorda qualcosa) che, nell’insieme, raccontano i suoi quarant’anni di medico presso il reparto di Psichiatria d’urgenza.
C’è dentro l’amico mare: il medico che cura il medico dei matti.
C’è dentro Genova con le sue scalinate, i vicoli stretti, la gente.
C’è dentro la storia di un innamoramento sussurrata con la delicatezza della brezza marina.
C’è dentro un viavai di infermieri, giovani medici, pazienti, patologie che necessitano attenzioni e terapie diverse.
C’è dentro rispetto per il dolore psichiatrico.
C’è dentro dedizione, sacrificio, riflessioni, rinunce, rammarico, il tutto esposto con un romanticismo poetico persino nella grafica.

Ci ho trovato dentro verità scomode, malinconia, sorrisi, tristezza e sopratutto le conferme che nessuno fin’ora aveva saputo (o voluto) darmi. E persino un risvolto nuovo della mattìa (sì, mi piace chiamarla così: mattìa ‘mi veste meglio’ e penso sia, agli occhi dei più, una definizione meno feroce di follia o pazzia).

Ah già, il titolo! Eccolo:
>>>>>>>> L’arte di legare le persone
(sai una cosa? leggendo quel “legare” ho subito pensato a quante accezioni potesse avere. Beh, sarà perché sono matta ma, alla fine, Milone mi ha detto che ci ho preso  😉 )



1 omini di sassi è la categoria che racchiude i post sui libri. E lo so, se non sei un uomo di montagna non riesci a spiegarti perché l’ho chiamata così, ma un giorno te lo dirò.

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