Il pastore poeta, la Biennale e un riccio curioso

Questa è una storia che ha tutta la magia bianca della realtà.

Racconta di Lorenzo nato, settecento lune orsono, nella stalla (uhm. spiritosone! no, non è Lui. Ti ho detto che si chiama Lorenzo, no?!) di una fattoria sui Monti Sicani (ecco! 😛 ).
Figlio di pastori non ha potuto andare al di là della scuola dell’obbligo. Ha passato la sua giovinezza pascolando il gregge e sognando una vita diversa da quella che gli era stata prospettata dal padre.
Quel giorno di giugno, portò le pecore a brucare l’erba ancora fresca su di un piccolo altipiano e mentre rileggeva per l’ennesima volta quell’unica antologia di avventure che possedeva, si addormentò all’ombra di un sorbo. Svegliandosi vide che valle, cielo, terra e animali attorno a sé avevano assunto un colore ambrato screziato di rosa, che mai prima Lorenzo, ancora ragazzetto, aveva notato. Uno spettacolo che gli mozzò il fiato. L’accorto regista altri non era che il sole ormai al tramonto.
Abbagliato dalla luce intensa socchiuse gli occhi e… immaginò di essere in un teatro, vide le pecore diventare poltrone sulle quali sedevano persone. «Potrei finalmente parlare con qualcuno, non sarei più solo¹» pensò Lorenzo (dimmi la verità, sei così incasinato nel tran-tran della metropoli che non ci avevi mai pensato alla solitudine dei pastori, vero? ma si è soli anche nel caos, lo so. bene..) Senza mai lasciare la sua attività nella fattoria del padre, Lorenzo ha incrementato le sua scarna istruzione leggendo ogni genere di saggio o trattato: dalle scienze all’architettura passando per l’astronomia e l’arte. Raggiunta la maggiore età, progetta e dà inizio alla realizzazione del suo sogno che decide di chiamare: Il Teatro Andromeda.

Circa quarant’anni dopo, la 16^ edizione della Biennale d’Architettura di Venezia espone foto e filmati di questo lavoro, infinito e stracarico di simbologie, che incuriosisce centinaia di visitatori e un “riccio” che pur amando le albe e detestando i tramonti, si mette in zucca di andare a sniffare la tanto acclamata poesia di quel calar del sole e scovare quanti più possibile significati “nascosti” all’interno dell’intero parco.

Così, approfittando della lunga “vacanza sabbatica” in terra sicula, le hérisson va e la trova… la poesia, intendo.
Ma, secondo l’ispido animaletto, non sta nel tramonto (e lo so, a te piace…)

no no… sta nel luogo… nella

piccola scultura in legno

… in quella enorme di pietra raffigurante il Genio che aleggia parco

il “riccio” è rimasto sorpreso per come la scultura cambi aspetto a seconda “del punto di vista” e della luce. «Un po’ come le persone: dipende da che lato le guardi… », riflette lo spinosetto mentre scatta le foto

sulla strada del ritorno –

e, soprattutto, in Lorenzo che la poesia non la scrive ma la vive ogni giorno su quell’altura non lontana dalla sua fattoria, la sogna, la racconta, la realizza e la porta al successo non dimenticando le sue umili origini di pastore timido che non vuole apparire nelle foto

¹ (cit)


foto dal web qui, qui e qui, ma anche altrove

75 pensieri riguardo “Il pastore poeta, la Biennale e un riccio curioso

    1. quando “l’invio” è troppo sensibile e troppo vicino al testo che stai scrivendo…. dicevo che ero rimansto profondamente affascinato ed ho reiterato l’esperienza rileggendo il tuo racconto. Ti ho anche un po’ invidiata per averlo potuto “godere” 🙂

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    2. Ti confido un paio di segreti, tanto qui non ci sente nessuno (🙃),
      > più tardi ci vai, più cose di cui stupirti troverai
      > prova a far tap sulla freccetta a dx dello spazio commenti e vedrai che per magia il maldito invio si sposterà 😉

      Tornando a Lorenzo e al suo teatro, per me quel posto ha qualcosa di speciale… non so dirti cosa… sembra tutto fatto “a caso” ma c’è come un richiamo che ti fa sentire che non è così.

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    3. Tutto quello che ha messo lì, immagino che un’opera così personale e che gli sia costata così tanta fatica ed anni di lavoro, la abbia realizzata senza lasciare nulla al caso. Ovviamente era solo una mia impressione ed ipotesi nel momento in cui, per la prima volta, ne venivo a conoscenza.

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    4. C’era un sacco di gente quella sera, tutti aspettavano solo il tramonto, scattavano foto scherzavano… nessuno “osservava”… nessuno si chiedeva “perché” o si ferma a a riflettere… Baaaah

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    1. noooooooooooooooooo daaaaiiiiiiiiiiiiiiii!!!
      ahahah! mia mamma è della provincia ^_^
      adoro Agrigento e il suo dedalo di stradine acquartierate sull’altipiano. E che dire dei templi? mado’ che sensazione ogni volta che ci vado…

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    2. Io mi concedo la passeggiata ai tempo ogni anno, meglio se al tramonto o la sera. Torno giù tre volte l’anno e cerco di fare il pieno. Anche se non è mai stato il posto per me.

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