Contavo stesse con me ancora qualche giorno

e invece è arrivata subito la frase finale

“Chiamare quest’ultima scena con il nome di amore.”

Fisso la pagina e penso: “sì, l’amore per la famiglia. In definitiva non può intendere altro che questo. Però, che strano, non ricordo di aver letto la parola “amore” in nessun altro rigo. Eppure – rivolto ora alla terra, ora al prossimo o alla natura – me lo ha fatto respirare ad ogni capitolo”.

Poi chiudo il libro e torno ‘ai ceppi’. Mi tocca.
Ma, per quanti trilli di telefono, stampanti in funzione e il mio nome chiamato da troppi, la mente ritorna sempre al poeta Ruben, a Fruma, Noga (cresciuta troppo in fretta), al saggio Herbert, a Bronka e l’inquieto Ezra,  al giovane Rami (viso da cavallo), al bimbo ribelle, a quello sognatore e a tutti gli altri personaggi di cui mi sforzo di ricordare gli strani nomi. Vediamo c’era Zvi… Herzl… Harishmann… e… baaah, rinuncio.

Esco da lavoro, mi infilo nel caos della tangenziale e, invece di imprecare come al solito, mi vien ancora da pensare alla pacatezza della vita in quel kibbutz di Mezudat Ram: un posto al confine della terra di Israele e del mondo che l’equivoco Siegfried –  arrivato dalla Germania con una missione ben precisa della quale lui stesso rimane vittima – è riuscito a distruggere. Ma la stupida guerra per un pezzetto di terra in più, sì.

Mentre preparo la cena, mi chiedo se esiste un posto dove si possa vivere così e mi rispondo col titolo: Altrove, forse.
Di sicuro esiste (o meglio, è esistito)  un autore, Amos Oz, che me lo ha saputo descrivere e raccontare con tocco leggero, calibrato, accattivante, asciutto e preciso. Un autore di quelli che non non mi sconvolgono ma nemmeno annoiano, semplicemnte mi accompagnano come vecchi amici.

E ora, non mi resta che scorrere la lista per trovare il nuovo amico di carta: sotto a chi tocca…

36 pensieri riguardo “Contavo stesse con me ancora qualche giorno

    1. Infatti pensavo proprio a quello. Ma ho precisato “se è come ho letto”: a parte il divieto di ricorrere alla cosmesi, non ho trovato scritto nulla che limitasse la loro indipendenza.

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    1. non ho detto che siafacile vivere lì, ma ne ho letto i valori di una vita in comunità dove tutti si aiutano a vicenda mentre qui nelle città ci scorniamo per avere “più dell’altro”. In ogni caso, ai giovani sta stretto l’intero mondo e, per la verità, anche a diversi adulti. 😉

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  1. oddio il posto esiste ma forse nel libro è stato mitizzato un po’ troppo. Ci sono lati positivi ma anche negativi. I positivi sono che vivi un’una comunità dove contano certi valori. Quelli negativi è che devi rispettare le regole anche se non sono giuste.

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  2. Non conoscendo il libro e non potendoti raccomandare di meglio, ti lascio una canzone, che mi hai fatto venire in mente, leggendoti.
    Spero possa piacerti. Io l’adoro.
    Mi ha fatto compagnia nelle notti di niente.

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    1. “c’era una volta un ragazzo chiamato pazzo e diceva sto meglio in un pozzo che su un piedistallo”… “la follia sembra l’unica via per la felicità”… “ultimo sguardo all’appartamento e chi s’è visto s’è visto” … solo per citarne un paio che vanno (o sono andate) a braccetto con le mie convinzioni.

      mon dieu Sephi’ , tempo fa nei miei giorni “di niente (mi è piaciuta questa tua definizione)”, ho consumato quest’album a via di ascoltarlo. E lo sto riascoltando con piacere proprio ora che ti sto rispondendo.
      Morgan Mito… checché ne dicano i più. ^_^

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    2. Sono molto legato a quelle frasi e quelle canzoni. Correva l’anno 2003. L’anno maledetto. Quel cd, che mi fu regalato, l’ho letteralmente consumato. Era molto intimo, triste. Come me.
      Sono contento la conoscessi e ti sia piaciuta.

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