«Non credo che nessuno al mondo potrebbe capire come ci si sente a essere me»*

Sarà perché è scritto in prima persona o perché l’autrice (Gail Honeyman) è scozzese (preferisco la letteratura britannica a quella americana) oppure perché

Eleanor Oliphant* è davvero un nome strano? Non saprei.
Pensandoci, potrebbe essere perché, pur essendo una storia di solitudine e sensi di colpa trascinati dietro da un passato mai passato, la protagonista rivela una dose di candore, imprevidibilità e ironia tale da sorriderle e farmici affezionare? Beh, questo sì.
Ma c’è anche quel misterioso attaccamento al romanzo in cui ritrovo alcune mie briciole così, sentendomi coinvolta, mi diventa impossibile staccarmi dal libro fino a che non arrivo alla fine.
E se fossero state tutte queste cose combinate in una misteriosa alchimia ad avermi fatto piacere Eleanor Oliphant sta benissimo al punto da crollarci su addormentata persino con la luce accesa,  per riprenderlo in mano appena sveglia – magari nel cuore della notte – e posarlo solo quando è già tardi per correre al lavoro, naturalmente con “lui” in borsa così da poter pranzare insieme o sbirciarne qualche pagina nei momenti vuoti?

In ogni caso, sicuramente era dai tempi del capolavoro “Fiori per Algernon” (lo ricordi?) che non trovavo un libro tanto emotivamente coinvolgente (anche perché, da oltralpe, il mio bibliotecario di fiducia non mi sgancia un titolo da mesi e mesi. grrrr ^_^ )

Non essendo un recensore non aggiungo altro e della trama ti racconto solo che è ben architettata con uno scorrevole gioco di incastri tra presente e passato; che fruga nei meandri della psiche; che l’ho trovata a tratti “scontata” (ma io sono una criticona) però in contrapposizione ha un finale isospettabile; che non racconta di amori impossibili né possibili ed è priva di svolazzi sia poetici che patetici.
Di Eleanor, invece, ti dico che da principio ti apparirà una tipa un po’ strana: bizzarra, fuori dal mondo, misantropa, magari un po’ sottona, svitata; poi ti troverai davanti una donna che non chiede mai aiuto, sincera, autonoma, convinta di essere sbagliata e di vivere serenamente la sua solitudine. Ma la solitudine è un cancro che, silenzioso, distrugge piano piano dall’interno e quando comincia a far davvero male…

*dal libro


Se qualcuno ti chiede come stai, si aspetta che tu risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni di fila che non parlavi con un’altra persona. Devi dire: BENE. *