L’Alpe Fagacea – Tra.scrivendo realtà… leggendarie

A Erinaceuslandia è appena scesa la notte e, come in ogni sera, gli alberi del bosco frusciano tutti attorno al Grande Masso Ciccio per ascoltare una delle tante storie d’altri tempi. Ciccio si schiarisce la voce e inizia a bisbigliare:

“Fuori dai confini del nostro bosco, dove al disgelo nascono i pascoli d’alpeggio, anni fa saltellava Ina, una leprotta albina dal morbido manto color neve e le orecchie caffelatte più lunghe che si fossero mai viste prima. Sebbene fosse d’indole timida, era curiosa-giocosa-indipendente come un gatto a tal punto che preferiva girare di giorno piuttosto che di notte come fanno le lepri di buona famiglia.
Una mattina, mentre sgranocchiava da un arbusto, Ina si sentì osservata. Stranita si girò di scatto ma davanti a lei non vide nessuno. Si guardò attorno terrorizzata e stava per nascondersi tra le foglie del cespuglio quando proprio lì vicino, alla sua destra, sull’erba apparve una macchia nera oblunga. Con la zampotta impellicciata, la schiacciò ma quel nero finì sul suo bianco senza nemmeno impallidire – l’insolente – e subito dopo danzando si spostò poco più avanti. Ina rimase a guardarla immobile con gli occhi granata sgranati e le orecchie ben tese.
Era l’ombra di una penna d’oca, ma questo Ina non poteva saperlo.
‒ Chi sei? Da dove vieni? Come ti chiami? Cosa vuoi da me? ‒ chiese la leprotta ignara anche del fatto che le ombre non rispondono mai perché non ascoltano né parlano. Questa, però oltre che allungarsi o allargarsi, cambiare forma e luogo come le altre, essendo l’ombra di una penna d’oca sapeva esibirsi in eleganti svolazzi svolazzanti come nessun’altro aveva mai saputo fare e Ina non poté che restar catturata da quelle coreografiche danze. Così la seguì.
La lepre e l’ombra di penna d’oca si fecero compagnia, giocando a nascondella (l’ombra spariva qua per riapparire là), ridendo (solo Ina, ovvio, giacché le ombre non ridono mai), scorrazzando soprasotto per monti e prati, esplorando nuovi mondi, finché un vento, arrivato da chissà dove, soffiando minaccioso portò su di loro una tempesta da finimondo: in un batter d’ali, il sole chiuse gli occhi stretti stretti, l’ombra trasformatasi in ombrello sparì e dalle frotte di cumulonembi precipitarono miliardi di miliardi di tenere castagne che lapidarono Ina lasciandola lì, senza forze a ripararsi le orecchie con le zampotte mentre il pelo del musetto le si bagnava fino al collo. La tempesta castagnosa formò una pigna compatta e dura come una roccia che seppellì la povera leprotta.

È così che, leggenda vuole, nacque quella cima là in fondo proprio al di sotto di Polluce: l’Alpe Fagacea. La vetta sulla cui sommità, ogni estate sgorga, con il suono dolce e lamentoso che sembra chiedere al cielo ‘perché?’, una fonte d’acqua salata.

Serena nanna bosco.

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