Domenica mattina

FACCIO UN SALTO FUORI
lesse sul biglietto lasciato sotto il mazzo di chiavi sul tavolo della cucina.

Pensò che fosse andata a far la spesa al centro commerciale e sarebbe tornata di lì a poco.

Non vedendola rientrare per l’ora di pranzo, la chiamò al cellulare. Sedici squilli a vuoto. “Bah! È in auto, musica al massimo e Bluetooth staccato. Normale” si disse.
Entrò in cucina, spostò distrattamente le chiavi dal biglietto e lo rilesse. Solo quattro parole. Una frase secca, diversa dai soliti messaggi spiritosi che gli lasciava quando usciva senza volerlo svegliare.

“Dove sei andata?”

Passò il pomeriggio in un silenzio sinistro, interrotto dalla voce di parenti e amici che alle sue chiamate rispondevano di non sapere dove fosse Marika, e di ripetuti sedici squilli a vuoto. Rifiutava l’idea che le fosse successo qualcosa di grave. Pensando fosse partita, si precipitò in camera, aprì l’armadio e fu investito dall’ondata di profumo sui suoi vestiti tutti appesi lì, in ordine.
Chiamò i Pronto Soccorso: il nome di sua moglie non risultava da nessuna parte; questo gli diede già una certezza. Mentre l’agente di polizia gli disse che poteva denunciarne la scomparsa solo dopo altre 60 ore: un’eternità in bilico sul vuoto dell’attesa.
Non riuscì più a far ordine nei pensieri.

“Perché non torni ancora? Dove posso cercarti?”

Ansia e angoscia gli impedivano di star fermo. Camminò tutta la notte su e giù per il lungo corridoio cercando nella memoria un indizio, una spiegazione. Si ricordò di quell’ombra che da tempo vedeva sul viso di Marika a cui lui, sempre impegnato nella realizzazione di se stesso, non aveva voluto dare importanza. Se solo le avesse chiesto… Si sentì colpevole.
E intanto lei non dava segni di vita. Sparita. Persino il cellulare ormai risultava spento.

“Fuori da dove hai fatto quel salto, Marika? “

Aggrappato a quella speranza che il passare delle ore si portava lontana, passò i giorni seguenti a ripetersi sempre le stesse domande senza risposta. Tormentandosi nei rimorsi. Cercando, nei ricordi di cinque anni insieme, l’allegria della sua voce, quel vezzo buffo di arricciare il naso quando qualcosa non le quadrava, il calpestio frettoloso dei passi per casa, il calore della sua pelle.
Si rese conto di quanto, fino a quel momento, avesse dato per scontata la presenza di Marika nella sua esistenza. Troppo tardi.

“Come ho fatto a perderti?”

Capì che non poteva più continuare così. Doveva reagire, riprendere la vita di petto, aspettando un segno che l’aiutasse a rassegnarsi.
Il trillo del campanello di casa, lo fece balzare dal divano che era diventato il suo letto. Temette il peggio: “È la Polizia. Me lo sento”. Si fece coraggio e andò ad aprire.

– Marika… ! – urlò Marco

16 risposte a "Domenica mattina"

    1. È vero. È tutto scritto.
      Nelle nostre dimenticanze. Nella nostra routine. Nel dare sempre per scontato, che una persona ci sia sempre e comunque. La differenza sta nelle piccole cose. Ma spesso siamo ciechi. 😊

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    2. ^_^ Hai notato una grande verità… le piccole cose fanno la differenza. E questo vale in tutto: nel gusto di un piatto, nel leggere un racconto, nei rapporti umani (amore o amicizia che sia) e mille altre occasioni.

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  1. E no, no, adesso vogliamo sapere dov’è andata Marika e anche perché! Che mica è detto che sia stato per quello che pensava lui! Anche se ce lo assicuri tu che l’hai scritto, vogliamo vederci chiaro fino in fondo! 😉

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