La gattara

Ogni pomeriggio, tornata a casa dal lavoro, la donna preparava il cibo e, percorrendo circa un chilometro a piedi, lo portava allo spiazzo incolto, punto di ritrovo serale dei gatti di tutto il quartiere.

Una sera, mentre il gruppo di pelosi
era intento a mangiare, si avvicinò un gatto bianco che non si era mai  visto prima.  Aveva un musetto dolce e il pelo rado, rovinato da chissà quale malattia. Tentò di unirsi al gruppo, ma venne cacciato dai “padroni di casa”. Allora la donna fece una corsa al vicino supermercato, comprò una nuova ciotola,  una scatoletta  di bocconcini per gatti e gliele portò al  micio bianco malandato.

Giorno dopo giorno, quel gatto bianco dimostrava “un certo non so che” di strano nel suo comportamento: sembrava affezionarsi alla gattara che, in realtà, nutriva un particolare affetto per lui.

Cadeva una leggera pioggia la sera che la donna arrivò allo spiazzo con il cibo. Svuotate le scatolette nelle ciotole, arrivò a mangiare per primo il micio bianco, poi tutti gli altri.
La gattara tornò a casa senza fermarsi a guardarli come faceva di solito.

Giunta al portone del palazzo, sentì un miagolio. Si girò e dietro di lei vide arrivare di corsa il gatto bianco.
– Micione!
La donna gli sorrise e si accovacciò sulle gambe per arrivare più vicina a lui e proteggerlo sotto l’ombrello.
– Vuoi stare con me, gatto? Io ti voglio bene, lo sai, ma non posso tenerti, ti annoieresti in casa. Tu sei uno spirito libero. A te piace zampettare allegro per i campi con gli altri gatti e di notte amoreggiare con le gattine che incontri per tetti. Io non sono come voi. Similes cum similibus, micio mio. Ti ho curato, sei diventato bello e forte, ora. Vai! Da me  avresti caldo, cibo e carezze ma presto ti mancherebbe la liberà e scapperesti via.

Il gatto si acciambellò ai piedi della donna e fece le fusa
Vedendolo così, la gattara pensò che dovesse inventarsi qualcosa per cacciarlo a costo di fargli davvero male. A costo di avere il suo odio. Per il bene di entrambi, non potevano stare insieme.
Si decise. Si alzò e lo colpì con un grosso calcio. Poi prese una pietra e gliela tirò. E ne tirò un’altra e un’altra ancora.
– Vattene! Via! Vattene!
Gridò con la voce rotta in gola mentre col suo cuore gli ripeteva:
– Scusami, s’il te plâit. Scusami micio mio.

17 risposte a "La gattara"

    1. Penso che i compromessi da accettare nella vita, siano altri.
      Ci son i mici che nascono in cattività e stanno bene nel calore di una casa, i gatti randagi nascono liberi e padroni del mondo. Costringerli al chiuso si farebbe solo il loro male …

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    2. ^_^ vero!
      Infatti li faccio andare e venire: sono un po’ gattara anche io e spesso lascio cibo per loro ai bordi del giardino.
      Adoro i gatti e il loro carattere indipendente simile al mio, ma con me prefersco avere un “micio nato per stare in casa” … io nn faccio male a lui e lui nn ne fa a me. 😉

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