A mani nude

Persone decisamente singolari, quei due.

Lui aveva una mano ricoperta da piccole lingue di fuoco: la destra. Nonostante non fosse mancino, imparò molto bene a far tutto con la sinistra. Quando era solo, a volte,

d’istinto, usava la mano sbagliata riducendo immediatamente in cenere ciò che toccava o procurandosi piccole ustioni che lasciavano indelebili segni sulla pelle. Per nascondere questa sua particolarità, indossava un guanto in tessuto ignifugo che aveva fatto realizzare in un Paese d’oltreoceano. All’insopportabile calore che lo invadeva dentro, invece, non aveva trovato rimedio.
Lei aveva una mano interamente di ghiaccio: la sinistra. Era pesante da sopportare quel freddo che risalendo su per il braccio arrivava fino a raffreddarle il cuore e, di conseguenza, il sangue che le circolava in corpo. Per questo la sua carnagione era nivea e le gote non riuscivano ad assumere un normale colorito roseo. Dalla vergogna teneva sempre la mano in tasca, così che nessuno potesse vederla.
Nulla poteva raffreddare la mano dell’uomo né riscaldare quella della donna.

No, non erano nati con questa strana caratteristica. Era stato un brutto scherzo del destino a ridurli così.

Casualmente, una sera di primavera,  s’incontrarono in un pub mai frequentato prima da nessuno dei due.
Lo sguardo caldo di lui incrociò quello triste della donna. Rimasero a fissarsi. In silenzio, con gli occhi si raccontarono le loro storie. Si capirono. Senza smettere di guardarsi, come fossero d’accordo, l’uomo sfilò il guanto dalla mano di fuoco, la donna uscì la sua  dalla tasca … le mani si cercarono, si unirono.
Il ghiaccio si sciolse, le fiammelle si spensero. Insieme divennero carne.
Quel calore arrivò al cuore e da lì passò nelle vene facendo riprendere il colorito a lei; il freddo placò la sensazione di bruciore nel corpo di lui e lo rasserenò.
Restarono a lungo così, mano nella mano, l’una sollievo dell’altra.

Diventò tardi e dovettero staccarsi. Si lasciarono portandosi dentro ognuno la propria insolita sensazione.

Per i due il benessere durò poco, poi,  lentamente tutto tornò più insopportabile di prima.
Decisero di rivedersi per ritrovare un po’ di tregua al loro tormento. Fu la donna ad invitarlo nella sua piccola casa.
Quando l’uomo arrivò, trovò un biglietto sull’uscio:
“La porta è aperta, entra e aspettami. Torno presto.”
S’infastidì nel leggere quelle parole. Entrò, diede un’occhiata alla stanza arredata con semplicità e buongusto.  Distrattamente,  con la mano di fuoco, sfiorò i ninnoli  sparsi qua e là sui mobili, godendo nel vedere i mucchietti di cenere  formatisi qua e là. Non si sentiva in colpa, anzi, trovava uno strano senso di piacere nel farle piccoli dispetti.
Intanto i minuti passavano senza alcuna notizia della donna, e la rabbia di lui non si arrestava, trasformandosi in un’incontenibile ira che alimentava le fiammelle della mano trasformandole in un’unica lingua di fuoco. Si mise ad urlare per il calore insopportabile e continuò con maggiore foga a incenerire tutto ciò che c’era in casa. Se prima erano solo ripicche, ora voleva distruggere quel poco che la donna possedeva,  farle  terra bruciata intorno, annientarle i ricordi, le passioni, le abitudini, il passato, la speranza del futuro. Non si rendeva conto conto che, in quel momento, stava distruggendo anche se stesso.

Mentre l’uomo compiva il misfatto, la donna dalla mano di ghiaccio era lì, sulla soglia, dietro di lui. Lo guardava impietrita, incapace di reagire, di trovare un modo per fermarlo, per difendere  sé, la sua casa e l’immagine  che aveva di quell’uomo. Davanti a quell’accanimento feroce di cui non capiva il motivo, non provava paura né odio  o rancore, né rabbia  … sentiva solo una grande delusione mista a rassegnazione e disgusto.

Trovò la forza di chiamarlo per nome. Lui si girò. La guardò giusto un istante. Fuggì per rabbia o forse soddisfatto oppure, forse, vergognandosi o, chissà, rammaricandosi per ciò che aveva distrutto.
Via l’uomo, la donna cercò di salvare quel che ancora non era del tutto perso. Con la mano sinistra raccolse uno dopo l’alto alcuni tizzoni … le si trasformarono in nuvole di vapore tra le dita di ghiaccio.
Rimase lì, sola in mezzo a tutto quel deserto nero che le faceva avvertire ancora maggior gelo in corpo.

 

 

 

 

 

 

 

25 risposte a "A mani nude"

    1. Non avevo dubbi.
      Per quello che riesci a comunicare, per me sei una scrittrice in piena regola.
      Però scrivi più spesso, dai…

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    1. Sì… a parte questo, anche lo stile mi ha “impressionata”… molto simile ad un altro, non so perché…

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    2. Ahahahahah! Ee Sì, mi sa che LO vedi dappertutto! !!! Ahahahah!
      No, nn sono simili. È solo che son sensazioni forti, adulte, che provo e nn mi va di scriverle a mo’ di “favola” come faccio di solito. Quello lo adotto per le sensazioni tenere. 😉

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  1. A quanto pare ci sono tappe obbligatorie per tutte : tutte prima o poi abbiamo a che fare con qualcuno che, quando gli si presenta l’occasione nella vita di essere felice, fa di tutto per distruggere questa felicità, e in che modo? Attaccando la persona che potrebbe renderlo felice.
    Si, ci distrugge, ma in realtà distrugge se stesso.
    Tragico e poetico il tuo racconto, favola di adulti infelici.

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    1. Forse per essere adulti felici nn dovremmo dipendere dagli altri, dovremmo riuscire a bastarci da soli. Ma ci si riesce solo per poco … poi, il freddo della solitudine cerca il calore di un amore e, spesso, finisce che ci si scotta. Sarebbe bello avere un interruttore per regolare la fiamma … ma nn si puote ^_^
      Ho visto il cap V , più tardi, dal pc, passo a leggerlo 😉 (dal cell leggo le notizie veloci, per i bei racconti ci vuole calma)

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    2. Adulti felici, infatti !!! Si resta bambini in amore, vogliamo essere amati. Crescere significa tagliare il cordone ombelicale e essere soli al mondo. Ma si cresce. Ci si prende cura di sé stessi. Solo così l’altro non diventa un appoggio alla nostra solitudine.
      Stasera leggi il Cap. V, parla appunto di questo.

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